Totti, Spalletti, Pallotta. E’ tutto negli ottonari

4
628

pallotta-totti

AS ROMA NEWS – Otti, etti, otta: questa è la parte finale dei cognomi dei tre attori principali. Mi sono divertito a immaginare la telenovela come l’avrebbe raccontata, ovviamente in ottonari, il Corriere dei Piccoli. “Qui Pallotta, a te Spalletti. Cosa ci eravamo detti? Number ten meglio che smetta, ma il testone non accetta”. “Qui Spalletti, a te Pallotta: è una patata che scotta. Sembro il solo contro Totti, tu stai in Usa e te ne fotti”. “Qui Pallotta. Dico al coach che non è un film di Ken Loach. Serve un taglio molto duro per sperare nel futuro”. “Qui Spalletti: presidente, ma con lui ci sta la gente. Io capisco il taglio duro tra il passato ed il futuro ma c’è pure, ora, il presente. O facciam finta di niente?”. “Qui ex Pupone, m’intrometto e col cavolo che smetto. È un ragionamento degno perlomeno finché segno. Quando gioco mi diverto e io gioco allo scoperto”. E Pallotta disse: “(omissis), questo appena entra segna e levarselo di torno non sarà cosa di un giorno”. “Parla Totti, il capitano. M’avvicino e m’allontano. Tengo stretto il mio giocattolo come noci lo scoiattolo”. Va Pallotti con Spallotta, Tetti guarda, gioca e lotta. Referendum: no o sì? O piuttosto wait and see? A chi sta dentro Trigoria, a chi ha perso la memoria, a chi mostra troppa boria, a chi sta fuori Trigoria, a chi mangia la cicoria, a chi ha già scritto una storia, quattro Pater ave gloria.

Quest’avvio allegrotto me lo sono permesso perché non è ancora realtà un titolo del Corsera: “Il capo-ufficio sarà un robot”. Inizio del pezzo da New York: “Non temete: vivremo in un mondo sempre più dominato dalle macchine, ma i robot non avranno il sopravvento sull’uomo. Dovremo, però, abituarci all’idea di lavorare avendo come capo un computer”. Hai detto un prospero. L’intervistato è Pedro Domingos, che ha scritto “L’algoritmo definitivo” e ribadisce: «La tecnologia non è una minaccia». Lo so che non è una minaccia, è una condanna. Se ha un vantaggio è quello di semplificare i calcoli. A Italia Oggi, per esempio, hanno calcolato che Repubblica del 1° aprile aveva 305.000 caratteri, tempo di lettura 6,30 ore. Mentre il Corsera di non so che giorno (485mila battute) avrebbe richiesto 10,30 ore di lettura. Titolo: “Giornali ammalati di troppismo”. Calma, vediamo di ragionare. Detto così, si è indotti a pensare che per leggere un quotidiano bisogna andare in ferie o dedicargli una bella fetta di giornata. Invece no: un giornale è come un menù al ristorante, leggi (mangi) solo quello che t’interessa. E con un robot capo-ufficio temo che la pausa pranzo sarà accorciata di molto. Ma voi conoscete qualcuno che legge tutto il giornale, quale che sia, proprio tutto?

Io no, ma a leggerli con una certa attenzione si possono prendere iniziative. Oggi, Rip a le, inteso come a lei e non come articolo. Due segnalazioni nello stesso giorno.Gazzetta, sommario sul pugile Ricci: “Picchia una donna e gli sequestra il figlio”. Qn, sulla maestra di Rimini che picchiava i bambini: “I carabinieri l’hanno ammanettata notificandogli gli arresti domiciliari”. Venerdì prima puntata del Rischiatutto, Fazio legge una domanda che riguarda «un murales sul lungo Tevere». E il Signor No non interviene. Mentre intervengono tutti se Piercamillo Davigo dichiara che i politici rubano più di prima, solo che adesso non si vergognano. Ai tempi di Breznev circolava un libretto (rosso) di barzellette sull’Urss. Davigo sarebbe stato condannato a vent’anni inSiberia per divulgazione di segreto di Stato, ma qui e ora è un segreto di Pulcinella. Ogni giorno ce n’è una. Dai padri fondatori ai ladri affondatori non è un gioco di parole. È un gioco di società.

Un bel gioco, alla vigilia di Roma-Napoli, è l’amichevole che oggi a mezzogiorno, al campo XXV aprile, impegnerà la Liberi Nantes e l’Afro-Napoli United. Un bel gioco di parole, visto sulla Stampa, è il nome del parco- museo che sta sorgendo a Casale Monferrato là dove c’era la fabbrica dell’amianto (Eternit) e della morte: Eternot. In vista del 25 aprile segnalo un libro di Carlo Pestelli, “Bella ciao”(ed. add. 144 pagine, 9 euro) che ricostruisce la storia di una canzone che ormai si canta in tutto il mondo. In curdo e in turco, in esperanto e in polacco, in inglese e in catalana (qui il partigiano diventa partigiana). Prima la versione delle mondine o quella partigiana? O ci arriva dalle trincee della prima guerra mondiale? Pestelli è docente di linguistica, musicologo e cantautore. E ricorda una frase di Troisi nel “Postino di Neruda”: «La poesia non è di chi la scrive, ma è di chi gli serve».

(La Repubblica, G. Mura)

Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime notizie della Roma sul tuo cellulare? Iscriviti subito al canale Whatsapp di Giallorossi.net!
Articolo precedenteA metà maggio si va a Dubai. Poi il Leicester
Articolo successivoTotti battezza Isabel vicino al Circo Massimo dove sogna l’ultima festa

4 Commenti

  1. ATTENZIONE: La moderazione dei commenti è ora più rigorosa.
    Per qualsiasi dubbio potete consutare il nuovo regolamento.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci qui il tuon nome