Conti: “Dopo i difficili anni a Roma e Genova vacillai, poi Liedholm mi riportò nella capitale…”

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AS ROMA NEWS – Bruno Conti, ex calciatore della Roma, è stato intervistato dal Corriere dello Sport“Marazico” ha parlato del suo passato e del suo presente nella squadra giallorossa. Queste le sue parole:

«Facevo il chierichetto in parrocchia, a Nettuno. C’era, nell’oratorio, un campetto di terra battuta, circondato da mura di cemento. La palla non usciva mai, sbatteva e tornava in campo. Io passavo lì molto tempo a palleggiare, fare dribbling, tirare rigori e punizioni. Ma il mio cuore era diviso tra calcio e baseball. A Nettuno gli americani sbarcati per liberarci avevano portato non solo la libertà, il boogie woogie e le sigarette ma anche il baseball, loro sport nazionale. Per generazioni si è tramandata questa passione, venuta dal mare».

Quindi abbiamo rischiato di perdere l’ala destra che tutti gli italiani ricordano?
«In effetti sì. Vennero i dirigenti di una squadra importante, il Santa Monica, e chiesero a mio padre se potevano ingaggiarmi. Io ero un buon lanciatore, mancino, come sarei stato anche con i piedi. Il mio esempio era un mito del baseball nettunense, Alfredo Lauri. Mio padre chiese qualche giorno per riflettere, non era certo un tipo impulsivo. Poi prese la sua decisione, ero troppo piccolo, non era il caso. E grazie a quel padre apprensivo o forse solo responsabile sono arrivato fino a Madrid».

Dalla Cecchignola al Tre Fontane non è poi così grande, la distanza.
«Infatti l’anno dopo torno a Roma. Ma non feci tanto bene. A fine campionato mi chiamò Anzalone, il presidente, per dirmi che la Roma aveva bisogno di un bomber, che loro avevano individuato Pruzzo e che il Genoa, in cambio, aveva chiesto che io tornassi lì. Insomma, mi sacrificai per Pruzzo. E la cosa più difficile fu dirlo di nuovo a mio padre…».

I ritorni sono sempre difficili…
«Infatti fu un brutto campionato. Rischiammo di finire in serie C. Dopo l’anno difficile di Roma e questo deludente di Genova sinceramente vacillai. Ma venne in soccorso, come sarebbe successo tante volte, Nils Liedholm. Lui volle riportarmi a Roma, per la gioia di mio padre».

Doveva essere, dai racconti che tutti ne fate, un gigante umano, non solo tecnico.
«Una persona unica. Andava a vedere le partite delle squadre giovanili, ci seguiva, amava i calciatori fantasiosi e tecnici. Una volta mi mise in grave imbarazzo. Io ero ancora un ragazzo, giocavo nella Primavera. Mi chiamò davanti alla prima squadra, Cordova e altri campioni, e mi disse: “Bruno, fai vedere come si fa lo stop di interno, il tiro al volo…Io mi vergognavo tantissimo ma lui faceva tutto con tale sincerità che veniva amato sempre, da tutti. Liedholm era un maestro di calcio. Ricordo che Rocca, giocatore magnifico, ai primi tempi scendeva con irruenza sulla fascia e poi metteva al centro dei cross che però non erano misurati. Lui allora si fermava ore con Francesco per provare con lui i traversoni. Restavano sul campo loro due. Anche così Rocca divenne quel fenomeno che è stato, e che bisognerebbe tutti ricordare un po’ di più». (…)

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