Falcao: “E’ l’anno della Roma. Potevo diventare il suo allenatore, ma poi…”

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AS ROMANEWS (Gasport, M. Cannone) – Sono ormai 30 anni che Paulo Roberto Falcao ha lasciato la Roma, ma il giallorosso rimane nel suo cuore e lui in quello dei tifosi. L’eroe dello scudetto 1982-83 da lontano segue la sua Roma e spera. Intanto da allenatore non si sedeva su una panchina dal luglio 2012, al Bahia. Dopo tre anni di viaggi e studio, ricoprendo pure il ruolo di commentatore tv, ha da poco assunto una nuova sfida come tecnico. È stato ingaggiato a settembre dallo Sport di Recife, altra società del nordest brasiliano, squadra salita con lui (4 vittorie su 5 gare) al 7° posto del Brasileirão, la A nazionale, a un solo punto dalla zona Libertadores. E con una grande soddisfazione: il 4-1 del 18 ottobre all’Atletico Mineiro, 2° in classifica.

Allora Falcao altri 3 anni lontano dalle panchine.
«In questo periodo ho lavorato in tv e ne ho approfittato per aggiornarmi. Sono stato in Europa. Ho letto dei libri, in Brasile non c’è molta letteratura calcistica. Ho parlato con Ancelotti, Mancini, Montella, Sacchi… Tutti molto gentili. Volevo sapere delle novità europee e loro di quelle brasiliane. Tutti si sono stupiti del 7-1 della Germania sul Brasile al Mondiale. Certo, i tedeschi erano migliori, ma è stata davvero una sorpresa il modo in cui tutto è successo».

Qualcosa è cambiato nel calcio brasiliano dopo?
«Nulla. Come non era successo nulla dopo la vittoria del Barcellona sul Santos di Neymar nel Mondiale per Club del 2011 (4-0, ndr). Lo stesso Neymar disse allora che fu una lezione di calcio. Ma non abbiamo appreso nulla».

E che cosa dovrebbe cambiare nel futebol?
«Si devono curare di più le giovanili, fin da quando sono bambini di 7-8 anni. La tecnica non la insegni più a 17 anni, da pro. Si deve puntare di più sulle qualità tecnica e far sviluppare la parte tattica. Nelle giovanili non devono importare i risultati o i titoli bensì lo sviluppo dei giocatori. La Germania del Mondiale non è che aveva dei fuoriclasse ma 5-6 giocatori al di sopra della media. Il fuoriclasse è stato il gioco di squadra».

Nel torneo brasiliano solo 3 club non hanno cambiato allenatore finora. Allo Sport è diverso?
«Intanto preciso: Eduardo Baptista, il mio predecessore, non è stato esonerato. È andato via lui per il Fluminense. E lo Sport veniva da una serie di 7 pari, 5 k.o. e una sola vittoria. Qui hanno più pazienza, danno più tempo per lavorare. Nel club non si parla di qualificazione alla Libertadores, ma neanche prima si parlava del pericolo retrocessione. Lo Sport mi aveva fatto una proposta nel ’14, ma allora ero con la Fox in tv».

Ha visto novità tattiche in giro?
«La grande rivoluzione è stata l’Olanda del Mondiale ’74. Sì, poi ci sono state grandi squadre anche per la qualità dei giocatori tipo il Brasile del 1982, e il Milan di Sacchi, la Juve di Lippi, il Barcellona, il Real. Di tecnici ce ne sono tanti bravi: Ancelotti, Guardiola, Mourinho, Mancini, Trapattoni, Capello… E ne avrò dimenticato qualcuno. Hanno vinto con stili diversi».

E che squadre le piacciono ora?
«Il grande merito del Barcellona di questi anni non è stato tanto il possesso palla, come si dice, ma il saper giocare senza palla. Era così ai tempi di Guardiola come ora con Luis Enrique. Persino Suarez e Neymar sono chiamati a marcare».

Ancelotti che ha di speciale?
«È mio carissimo amico ed ex compagno a Roma. Mi piace il modo con cui tratta i giocatori, senza gridare, senza prendersela con loro. E la qualità tattica del suo lavoro. Mi ha regalato anche il suo libro. Quando ci siamo visti voleva informazioni su Lucas Silva, mediano allora al Cruzeiro che a gennaio è passato al suo Real Madrid (ora è al Marsiglia in prestito, ndr)».

E la chiacchierata con Mancini?
«Lui voleva che gli segnalassi dei buoni brasiliani con passaporto europeo. Ma così sono ormai difficili da trovare».

I tecnici che hanno cambiato il calcio italiano?
«Liedholm ha fatto passare la Roma dalla marcatura a uomo alla zona. Una rivoluzione. Credo che la Roma mi abbia ingaggiato nel 1980 proprio perché in Brasile si giocava a zona. Prima in Italia c’era il catenaccio, puntando su azioni isolate per vincere. Sacchi pure ha rivoluzionato il calcio: mi piaceva il suo pressing aggressivo, giocava con 2 linee di 4 usando molto il fuorigioco. Lui e Liedholm hanno modificato il calcio».

I giocatori che più le piacciono oggi?
«Ronaldo, Messi, Neymar, Pogba. Totti straordinario, Pirlo fantastico, Iniesta fuori dal comune».

E la Roma, l’ha vista giocare negli ultimi tempi?
«Non molto. Ma ho seguito bene la gara con la Juve a fine agosto in cui ha giocato alla grande. In particolare mi è piaciuto l’arrivo di Dzeko, un vero n.9, quello che mancava. Destro è bravo ma ha caratteristiche diverse. Questo può essere l’anno della Roma. Mi piace il lavoro di Garcia».

In Champions invece non convince.
«L’Europa è sempre difficile. Però penso che la Roma debba puntare sul campionato. Ci sono altre squadre in grado di lottare come la Fiorentina, il Napoli, l’Inter. E c’è sempre la Juve, nonostante abbia perso giocatori fondamentali come Pirlo, il metronomo, e Tevez, micidiale in contropiede. Ma il campionato è solo all’inizio».

La panchina della Roma le sarebbe piaciuta?
«Ho avuto la possibilità di guidare la Roma nel 1991. Dovevo incontrare Dino Viola a Cortina d’Ampezzo, ma lui morì proprio a gennaio di quell’anno. Poi ci fu una chiacchierata con Franco Sensi ma tutto alla fine sfumò».

Pjanic è il nuovo Falcao?
«È molto bravo, batte bene le punizioni, ma questi paragoni non sono giusti, non mi piacciono».

E della vecchia Roma di Falcao che è rimasto?
«Ancora mi colpisce la tenerezza degli italiani verso di me, anche da parte di giovani di 25 anni che non mi hanno mai visto giocare. E non solo a Roma. Ho fatto un giro d’Italia in auto. Mi sono stupito per l’affetto della gente in paesi della Toscana come Lucca, San Gimignano, o in Campania sotto il Vesuvio. Grazie, Italia!».

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