I club ostaggio dei cori ultrà

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IL MESSAGGERO (S. RIGGIO) – Il mondo del calcio è diviso sulla squalifica inflitta al Milan, che contro l’Udinese giocherà a porte chiuse. Dopo la decisione del giudice sportivo Gianpaolo Tosel, la Lega serie A aveva manifestato solidarietà ad Adriano Galliani, decidendo di presentare una lettera a Giancarlo Abete dove si chiedeva una rivisitazione della norma sulle «discriminazioni territoriali». Presidenti e dirigenti vogliono evitare di cadere in ricatti da parte degli ultrà, che in questo modo potrebbero mettere all’angolo le società, causando sconfitte a tavolino con tanto di punti di penalizzazione. Perché dopo la chiusura della propria Curva (e al Milan è successo in occasione del match di fine settembre contro la Sampdoria) e dello stadio (il club di via Turati nel ricorso sta valutando anche l’ipotesi di portare, a supporto, l’audio ambiente delle immagini televisive di Juventus-Milan), il terzo round è proprio quello della sconfitta a tavolino. «È in discussione il nuovo sistema di sanzioni, le società possono ritrovarsi lo stadio chiuso per colpa di pochi irresponsabili», le dichiarazioni di Maurizio Beretta. «Non possiamo mettere un microfono a ogni tifoso. Con questa norma diventiamo ostaggio degli ultrà. Platini non è il Vangelo», il grido di battaglia di Claudio Lotito, colpito dalla squalifica dell’Olimpico in Europa League con il Legia Varsavia. «In certe regioni d’Europa il razzismo è un vero problema. Ma è altrettanto sicuro che l’Uefa farà la sua parte per eliminare questo male», la risposta di Michael Platini rilasciata al portale bundesligapremier.it. All’estero le cose vanno diversamente, i club sono più tutelati: in caso di episodi di razzismo, invece di colpire le società con sanzioni pecuniarie e curve chiuse, si individuano direttamente i responsabili. Con tutta la tecnologia a disposizione negli stadi è possibile risalire agli ultrà colpevoli.

LA FRENATA – Nel suo sfogo, qualche ora dopo la notizia della squalifica inflitta a San Siro, Galliani aveva dichiarato di aver telefonato a Giancarlo Abete. E nella giornata di ieri è arrivata anche la presa di posizione del presidente della Figc: «L’Italia ha recepito la normativa prevista dall’Uefa, siamo all’interno di un contesto internazionale che prevede una diversa modalità di contrasto alle discriminazioni – le sue parole -. La nostra è una norma che ricalca quella esistente a livello Uefa, è stata varata e modificata dal consiglio federale e poi approvata dal Coni. Che sia utile, opportuna e doverosa una riflessione sulle modalità applicative in relazione alle situazioni che intervengono è un fatto fisiologico e naturale, ma il quadro normativo è delineato e non è frutto di una autonoma decisione della federazione». Sì al dialogo insomma, ma c’è da registrare una frenata importante per quanto riguarda le modalità di un’eventuale modifica: «Galliani sostiene che il riferimento alla discriminazione territoriale sia esistente solo in Italia? La ratio della norma Uefa è quella di salvaguardare la dignità della persona umana. C’è una linea di indirizzo da parte della Uefa in questo senso. D’altronde anche le decisioni di Lazio-Legia Varsavia (chiusura dell’Olimpico per un turno, ndc) non sono collegate a una logica discriminatoria in quanto tale». Nella sua riflessione Abete ha voluto anche ricordare che la discriminazione territoriale è presente ormai da tempo nel codice di giustizia sportiva, ma «ora è cambiata solo la gradualità delle sanzioni. Le norme non si cambiano in corsa? Le norme sono varate dal consiglio federale che è l’unico soggetto in grado di fare riflessioni a riguardo, ma l’indirizzo strategico era stato individuato da tutte le componenti».

REGOLE DA RISPETTARE  – Dopo il pensiero di Abete, Galliani è costretto a incassare anche quello di Giovanni Malagò, presidente del Coni, che è sulla stessa linea d’onda del numero uno della Figc: «Umanamente posso capire lo sfogo del presidente di turno che è penalizzato e punito per una esigua minoranza, ma ci si deve uniformare a quelle che sono precise disposizioni dell’Uefa. Non possiamo fare una discriminazione di una discriminazione, un discorso su chi ha la pelle di un altro colore e un altro su chi viene da un’altra città, perché sarebbe paradossale. Ci si deve uniformare a quelle che sono precise disposizioni dell’organismo internazionale. Tutto è incardinato nel presupposto della responsabilità oggettiva. Ormai Fifa e Uefa vanno verso questo diktat a cui ci si deve uniformare. L’unica soluzione è che il settore dello stadio interessato faccia qualcosa nei confronti di chi penalizza la propria squadra».

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