NOTIZIE AS ROMA (Gasport, M. Cecchini) – La natura insegna che conoscere il proprio habitat, in fondo, è il modo migliore per cercare di sopravvivere. Per questo non siamo rimasti sorpresi quando venimmo a conoscenza che una volta un dirigente della Roma, accogliendo un nuovo acquisto, gli rivelò questa «verità». «Sappi che con questa maglia giallorossa è come se giocassi con cinquanta chili in più addosso». Il riferimento era all’ambiente, alla pressione, all’informazione spesso drogata (sia quella pro che quella contro) con cui ogni membro dello spogliatoio si deve inevitabilmente confrontare. Come dire, il vecchio motto «la Roma non si discute, si ama», sembra davvero diventato un reperto di modernariato che fa persino tenerezza rispolverare.
Ecco, per oltre un anno e mezzo Rudi Garcia ha creduto di essere al riparo da questa realtà ansiogena (anche in senso bello) che a volte ha consumato le migliori energie di allenatori pur molto esperti. Ricordiamo infatti quando, il 2 gennaio scorso, in una conferenza dedicata solo alla carta stampata, il tecnico ci disse come lui di quella «pressione» non si fosse mai davvero accorto.
Probabilmente gli dei hanno preso questa affermazione come un peccato di superbia, perché da quel momento i problemi in casa giallorossa si sono affastellati così in fretta da non farlo neppure rendere conto della valanga di critiche piovutegli addosso negli ultimi due mesi, e che hanno finito per travolgere anche due totem come Totti e De Rossi. A chi lo conosce bene comunque Garcia, un po’ stupito, ripete questa che ci pare qualcosa di più di una semplice difesa d’ufficio: «Sotto la mia guida la Roma non è mai scesa sotto la seconda posizione». Tutto vero. Non è un caso che la sua media punti sia al livello del gotha tecnico dei tempi moderni.
Certo, la Roma era partita con l’obiettivo di vincere lo scudetto, e ritrovarsi a 9 punti dal vertice e fuori dalla Coppa Italia ha senz’altro evidenziato degli errori da parte di chi traccia la rotta che non abbiamo mai evitato di sottolineare. Ma se il criterio di «fallimento» fosse quello di cui molti a Roma parlano, giudicando in un’ottica complessiva, come dovremmo valutare finora la stagione di Milan, Inter o dello stesso Napoli? Viene perciò da pensare che quei cinquanta chili di surplus esistano davvero e che quindi, da adesso in poi, la zavorra mediatica possa far persino correre il rischio di far deragliare un treno tutto sommato in corsa verso un gran futuro. Per chi avrà pazienza, all’orizzonte si stagliano stagioni di concorrenza limitata, un nuovo stadio e ricavi internazionali che la proprietà Usa sembra in grado di canalizzare. Considerare un fallimento un secondo posto (da blindare), significherebbe in fondo andare contro il senso stesso dello sport. E questo rappresenterebbe davvero la sconfitta peggiore possibile. Per tutti.

