Tra la Juve e le altre un abisso. La Roma non riesce a vincere anche quando lo stramerita

10
647

dzeko-bellusci

NOTIZIE AS ROMA – L’ultima giornata di campionato la dice lunga sull’abisso che divide la Juventus dalla Roma (e da qualunque altra squadra italiana). E spiega bene perché anche quest’anno marciremo nella solita storia e reggeremo l’abito della solita sposa. La Juventus vince sempre, vince soprattutto quando non merita di vincere (l’ultima, in casa con il Napoli), la Roma riesce a non vincere anche quando stramerita di stravincere (in trasferta a Empoli). Non credendo al destino o a una metafisica del nome, proviamo a spiegare, oltre la scontatissima considerazione geo/ambientale di quanto sia più facile focalizzarsi da bipede calciatore a Torino, piuttosto che in una città dispersiva come Roma, dove i tentacoli sono tanti e a ogni tentacolo corrisponde una tentazione e ogni tentazione compensa l’eventuale frustrazione. Detto altrimenti, se fallisci a Torino ti senti una calpestabile merda, se fallisci a Roma il dramma è sempre opinabile, astratto, poiché resta comunque dolce la vita.

Ventidue anni dopo, questa di oggi resta nell’anima e nei codici la Juventus di Moggi, Giraudo e Antonio Conte. Che all’epoca era solo un mastino da campo ma, da mastino di campo, incorporò più di ogni altro giocatore la matrice Moggiraudesca della ferocia applicata al calcio, che portò alle conseguenze estreme il motto bonipertiano del “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Luciano Moggi arriva alla Juve nel ’94, guarda caso dalle morbidezze ponentine della capitale, come “lo stalliere del re che deve conoscere tutti i ladri di cavalli”, copyright Gianni Agnelli. Resterà dodici anni a Torino, il tempo di vincere 7 scudetti, 1 Champions e 1 Coppa Intercontinentale, più non so quante altre coppe sparse e finali perse. Il tempo soprattutto d’iniettare nel mondo bianconero il primo comandamento che vincere non può essere un opzione legata ai capricci ingovernabili del pallone, ma deve diventare un destino.

La Juventus deve vincere in qualunque modo e, quando si dice “qualunque”, vuol dire qualunque. Così, mentre si consentiva all’Avvocato di continuare a esibire la sua visione dandy del calcio, Moggi e Giraudo facevano il “lavoro sporco”. I due s’incaricano di far sì che questo “qualunque” non ammetta eccezioni, curano i dettagli, inesorabili, dentro e fuori il campo, tra uffici, corridoi e cellulari. Moggi, in particolare, instaura una dittatura della disciplina ai confini del terrore. Chi “non è da Juve”, i giocatori che non stanno in riga, finiscono in un tableau alle sue spalle, dietro la mega scrivania del suo ufficio allora a piazza Crimea.

La vittoria diventa destino. Un logo e un logos spietato del mondo juventino. Tutto si allinea. La Juve vince sempre o quasi. Se non sono i giocatori, sono gli arbitri, non necessariamente dolosi. Anche quando sono onesti obbediscono al richiamo del destino. Qualcosa di più sofisticato della banale “sudditanza”. Nel dubbio fischiano pro Juve, anche loro ammaliati dall’imperioso appeal del marchio bianconero. Non possono ammetterlo a se stessi, ma interiormente sanno di essere anche loro soldati al servizio di quel destino. Anche gli avversari si allineano. Scendono spesso già rassegnati in campo. Sanno che in ogni modo la sconfitta è certa. Vedi l’ultima Sampdoria di Giampaolo, che si presenta senza i quattro titolari più importanti.

Li si lascia riposare per il match successivo, perché i punti si fanno altrove dove il copione non è scritto a monte. Se non sono i giocatori, gli arbitri (il cui inconscio è ultimamente ridisegnato dagli scandali e dalle nuove tecnologie) o gli avversari, ci si mette la sorte, che sarà bendata ma ci vede benissimo, ed ecco (vedi Napoli) il caso più unico che raro di un difensore nemico che rincitrullisce all’improvviso e s’inventa due assist da oratorio a vantaggio Juve. La costruzione di un destino, ecco quando si dice la “forza di una società”. Chi finisce dentro questa tela, che non è quella di Moggi, subisce uno stravolgimento psichico e antropologico. Un vero lavaggio del cervello. Questo è l’aspetto più impressionante. Due casi tra i tanti. Leonardo Bonucci e Max Allegri. Quando arrivano alla Juve sono due tiepide mammolette.

Un viterbese bravino ma anonimo (era Ranocchia, dei due, quello forte al Bari) e un sempliciotto affabile con molti denti e quella furbizia toscana che lo aiuta a navigare in tutti mari. In poco tempo i due si trasformano. Diventano due belve da combattimento. Chi ha conosciuto Allegri al Milan non lo riconosce alla Juve. Ha imparato, nel frattempo, a portare la voce in conferenza stampa, tuonando sulle masse inermi dei giornalisti. Memorabili e comici i suoi siparietti da tarantolato a fine partita, quando la Juve vince quattro a zero e lui dà di matto perché Sturaro perde un pallone.

Prendi Hernanes, un altro animo mite all’origine, inquadrato più volte sabato in primi piani di purissima ferocia agonistica. Manca ancora il blando Pjanic all’appello, ma è questione di tempo. Tutti gli altri sono imbevuti del dogma juventino, chi da leader, i Buffon, i Chiellini e i Barzagli, prima ancora Cannavaro e Ferrara, chi da gregario. Guardateli una volta fuori dalla suggestione Juve: tornano quello che erano prima, faticano a emergere anche come commentatori televisivi o allenatori della parodia calcistica made in Cina. Cambiano i nomi e le facce, ma restano Moggi, Giraudo e Conte gli autori di questa invincibile Juve.

Contro questa corazzata (l’aggettivo vale quanto il sostantivo) sublimata dal potere fondante del logos uguale destino si battono fragili e ondivaghe navicelle. La Roma degli americani. Fin troppo esplicitamente focalizzati sul business da stadio. Sbranata peraltro da beghe interne, assatanati censori al microfono nell’ora del dilettante, che a Roma dure 24 ore. Tenuta in piedi da un eroe omerico e solitario, quel Luciano Spalletti da Certaldo, uno contro tutti, una specie di Custer romanticamente votato alla sconfitta che, quando le frecce piovono da ogni dove, arriva al punto di testimoniare il suo malessere con lo show teatralmente superbo del cranio più volte flagellato sul tavolo.

O il Napoli che non ha la forza di trattenere il suo giocatore migliore e affida le sue sorti a un uomo intelligente ma naif come Sarri, bukowskianamente e provincialmente ossessionato dalla verità, al punto di non rendersi conto che definire affettuosamente il suo “assassino” di giornata, Higuain, come un suo figlio prediletto, sarà anche bello ma è uno sfregio a una città ferita, che invece lo vive, “il prediletto”, come un odioso traditore.

(Dagospia.com, G. Dotto)

Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime notizie della Roma sul tuo cellulare? Iscriviti subito al canale Whatsapp di Giallorossi.net!
Articolo precedenteEmpoli-Roma 0-0, le pagelle dei quotidiani: Fazio pasticcione, Salah senza fiato. Sorpresa Emerson
Articolo successivoFlorenzi lascia Villa Stuart: “Io insostituibile? Nella Roma ci sono tanti giocatori bravi”

10 Commenti

  1. Tante belle chiacchiere,come al suo solito,però la Juventus,questo anno due partite le aveva perse e ti aveva messo in gioco,se poi noi,impattiamo,contro Cagliari e Empoli,perdiamo malamente a Torino,allora,prendiamoci pure le nostre colpe.
    O molto probabilmente,ancora,non siamo una squadra,matura e carnivora,in grado di sbranare in ogni dove.
    Per vincere lo scudetto,devi sbranarli,tutti,altrimenti non lo vinci,questo è poco ma sicuro.

    • Caro v., ricordi la prima Roma di Garcia? Sbranava tutti e subiva un tiro in porta ogni 4 partite. E’ BASTATO? Con 85 punti (senza contare le ultime 3 giornate) si vince lo scudetto, quasi sempre.La Roma nel 2001 ha vinto lo scudetto perchè ha DOVUTO STABILIRE UN RECORD di punti, altrimenti ennesimo secondo posto.

  2. Disistimato Dotto, ce ne hai messo di tempo per fare un articolo, finalmente, interessante.

    Ciò che è scritto lo sanno TUTTI nel mondo del calcio. Soltanto alcuni spocchiosi tifosetti, inebriati dal modello Juve, fanno finta di non capire. Tre anni fa la Roma era prima con 30 punti su 30, fatto senza precedenti, che, in proiezione, dava uno scudetto al 95 per cento. Dall’undicesima in poi, la Juve ha messo in campo tutta la sua tracotanza, sacrificando anche una qualificazione CL col Galatasaray (Pirlo infortunato in campionato, causa mancato turn over – non sia mai la Roma andasse in fuga), per recuperare uno svantaggio, che già era “drogato” di suo (la Roma alla decima doveva avere un vantaggio di ben 8/10 punti, non di 5).
    Cose trite e ritrite.

  3. Tra la rubentus e la roma c’è mancano i sopprusi di potere socetari,doping e torti arbitrali ecco che manca alla Roma. LE fondamenta rubentine sono questi sono i dati di fatto.In Europa purtroppo questa forza e mancata e i risultati si sono visti..

  4. Abisso galattico… Questo weekend calcistico dove tutti pregustavamo l’aggancio(mi ci metto pure io) é finito come ogni rincorsa della Roma con gli altri a festeggiare e noi a rosicare. Poi prendevetela con dotto che in campo ci va lui… Non dzeko salah ed Elsha che non sono riusciti a fare nemmeno un gol, non paredes che cammina o Emerson palmieri a destra e rudiger a sinistra grande genialata tattica… Colpa di dotto se nessuno è arrivato sul fondo per un cross a parte Perotti negli ultimi 3 minuti. A dotto se non tiravi in bocca al portiere quel colpo di testa dopo 30 secondi avevamo vinto 6 a 0.

  5. Ma sicuramente avrai ragione Amadeo,ma alla fine in quel campionato sei arrivato a meno diciassette,a Torino,contro il Toro ti fermarono,ingiustamente,allora era li allora,che dovevi fare casino e far valere le tue ragioni,non l’hai fatto allora.
    Comunque per me i campionati che ha rubato la juve,non sono questi,di questi ultimi anni ma altri.
    Per come la vedo io,non siamo mai stati come squadra alla altezza della Juventus,neanche la prima Roma di Garcia.
    Che poi loro sono stra aiutati,questo è assolutamente assodato.
    Ma stiamo in Italia purtroppo,paese di Mafia,camorra,ndrangheta e corruzione a tutti i livelli.
    Ecco perché per vincere devi fare delle squadre,almeno due volte più forti di loro,altrimenti non vinci

  6. Articolo di alto profilo che ci rivela che tra una squadra che di fatto ha falsificato i risultati e di riflesso il campionato e le altre che invece non lo fanno c’è un abbisso nei risultati! In verità lo strapotere Juventino io ieri non l’ho visto, ho visto invece il redidivio Higuain che ha fatto quello che faceva a Napoli nella scorsa stagione, ovvero segnare e risolvere le partite. La Juve lo ha comprato per questo! Il problema non è cosa ha fatto la Juve nel passato ma cosa ha costruito per il presente. Tutto quel lavoro sporco fatto in passato gli ha regalato nel presente una situazione che le altre squadre di A dovranno faticare ancora per raggiungere. La giustizia sportiva è cosa ridicola come lo è la FIGC ma i soldi sono capaci di mettere d’accordo se non tutti in tanti.

  7. “Sarri uomo intelligente, ossessionato dalla verità”?… Dotto parla soltanto a vanvera. Il caso Totti ne è la prova lampante

  8. Questa Juve non è imbattibile. E poi, Dotto, sai che c’è? Che a me la Juve me fa schifo comunque, pure se vince! AMOROMA

  9. ATTENZIONE: La moderazione dei commenti è ora più rigorosa.
    Per qualsiasi dubbio potete consutare il nuovo regolamento.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci qui il tuon nome