Pjanic: «La Roma è in alto perché ha fame. Le mie doti? Lavoro, lavoro, lavoro»

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NOTIZIE AS ROMA (CORSERA, L. VALDISERRI) – «Sai, l’odio non serve a niente». Buongiorno, Miralem Pjanic. Qualificato con la Bosnia ai Mondiali di Brasile 2014, primo in classifica con la Roma, due gol contro il Napoli: è quando sei al settimo cielo che devi pensare a chi sta male? «La qualificazione della Bosnia al Mondiale non è mia e dei miei compagni di squadra. È al 90 per cento della gente. I problemi non sono finiti e non sarà il calcio a risolverli, ma sappiamo di aver dato una gioia immensa a chi ne ha avute poche. A Kaunas, per l’ultima partita, sono venuti in 7 mila da tutta Europa. Ci sono più bosniaci all’estero che in patria. In Slovacchia abbiamo vinto in rimonta perché lo stadio era pieno di nostri tifosi. Quando ho incontrato Hamsik, prima di Roma-Napoli, mi ha chiesto: anche in Lituania avete giocato in casa? Alle tre di notte, a Sarajevo, c’erano 40 mila persone per strada».

Il Corriere della Sera, in prima pagina, ha pubblicato una foto di Edin Dzeko, bambino, che giocava a pallone: sullo sfondo c’era un palazzo sventrato dai bombardamenti…
«Quella foto dice tutto. E per Edin, che è rimasto sempre a Sarajevo, mentre tanti di noi erano emigrati all’estero, è stato ancora più difficile».

Hanno tifato per voi anche i bosniaci di origine croata o serba?
«All’inizio penso di no, alla fine spero di sì. Tra i giovani si sta facendo strada una mentalità nuova: guardiamo avanti».

Che mentalità è quella che porta allo stadio per tifare solo «contro» e che fa chiudere gli stadi?
«Da calciatore posso dire due cose: gli stadi chiusi sono tremendi e il tifo italiano, molto più caldo di quello francese, mi piace. Non conosco abbastanza la storia italiana per capire fino in fondo certi cori e certi riferimenti. Quello che posso chiedere ai tifosi della Roma è di pensare che per noi sono importantissimi e che abbiamo bisogno del loro sostegno».

Già, l’odio non serve. E poi non dovrebbe essere difficile tifare felici per una squadra prima in classifica. Se ad agosto le avessero detto: a fine ottobre la Roma avrà 24 punti su 24, cosa avrebbe risposto?
«Prima avrei riso. Poi avrei detto che niente è impossibile e avrei provato a crederci. Il numero che mi colpisce di più è quello dei gol subiti: uno. Dimostra che questa squadra ha fame. È la disponibilità che ti fa vincere».

Si è dato una spiegazione logica? «Ammettiamo che questa squadra abbia meno talento di quelle precedenti. Però ha una concretezza che prima mancava. Sono arrivati giocatori con esperienza di serie A e internazionale. Lo vedi nello spogliatoio, lo senti quando parlano. E poi c’è il lavoro di Garcia, che è stato profondo sul piano psicologico ma lo è altrettanto quando si tratta di preparare una partita».

Juve o Napoli: chi è la vera rivale della Roma?
«Il Napoli è forte, ma la Juve ha vinto gli ultimi due scudetti: dico Juve».

I tifosi sognano lo scudetto, Garcia parla di Europa. La qualificazione alla Champions League è il traguardo minimo?
«Ci sono ancora 90 punti in palio… Però, sì: non arrivare almeno in Champions sarebbe una delusione. Dobbiamo continuare su questa strada: giocare bene e restare uniti».

Contro il Napoli ha segnato una punizione perfetta. Si nasce campioni o lo si diventa?
«Lavoro, lavoro, lavoro. Senza provare in continuazione non arrivi da nessuna parte».

Sul rigore ha pensato che Reina ne aveva parato uno all’infallibile Balotelli?
«Lo sapevo, ma in quel momento non mi importava. Se un rigore lo calci bene, è gol. Sapevo cosa fare».

Il suo primo gol in Ligue 1 lo segnò a 17 anni e mezzo, con il Metz…
«Ma lì avevo paura di sbagliarlo».

Quattro rigori, quattro rigoristi diversi: Totti, Strootman, Ljajic, Pjanic. Come funziona?
«Se c’è Checco, tira lui. Se no, c’è la lista di Garcia. Che designa pure chi tira le punizioni, anche se lì c’è un po’ più di libertà».

Balotelli. Che cosa ne pensa?
«È un attaccante forte, ma non ho idea del suo impatto con la squadra. Per sapere le cose, devi viverle. Edin Dzeko (compagno di Balotelli al Manchester City; ndr) mi ha detto che è un bravo ragazzo. Forse ha troppe attenzioni extracalcistiche attorno a lui».

Osvaldo diceva la stessa cosa di Roma. Ma è così difficile vivere queste pressioni?
«Parlo per me: no. A Roma ti chiedono tanto e ti danno tanto. Mi piace vedere la gente felice. Mi spaventa il vuoto, non la passione. Se poi le cose vanno male, testa bassa e lavorare».

E ora, senza Totti per un po’ di partite?
«Non sarà facile, però è una sfida in più. Può essere il momento di Adem Ljajic, che ha tanto talento e tanta voglia di giocare».

Ljajic serbo, Jedvaj croato, lei bosniaco…
«Ci manca il montenegrino».

Diciamo a Sabatini di comperare Jovetic, che a Manchester non gioca?
«Forte, è forte (ride; ndr)».

C’è chi dice: in assenza del Capitano, facciamo fare il Totti a Pjanic. Cosa ne pensa?
«Penso che farò volentieri quello che mi chiede Garcia. Certo, in questo centrocampo mi sento alla perfezione».

Le grandi squadre hanno due giocatori per ruolo, ma la Juve non ha un vice-Pirlo, la Roma non ha un vice-Pjanic, la Fiorentina non ha un vice-Pizarro. I registi, come i portieri, non hanno riserve?
«Se non gioco io, alla Roma ci sono tanti altri centrocampisti bravi. Però, è vero, è un ruolo particolare. Guarda Pirlo, che è un fenomeno: il gioco passa sempre da lui». Gli brillano gli occhi. Quando ami il pallone, lo vuoi sempre tra i piedi. Quando ami la gente, ne vuoi sempre tanta intorno. Felice.

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