Tutto è nato dalla sconfitta nel derby: “Così abbiamo rifatto la Roma”

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LA STAMPA (M. DE SANTIS) – L’inizio del possibile rinascimento romanista è nella fine della «rivoluzione culturale». La Roma capolista che vince le prime sei partite di fila, convince e inizia a far affiorare nelle teste del popolo tifoso sogni mostruosamente proibiti in estate affonda le proprie radici nel punto più basso della sua storia recente (e non). La parabola della rinascita giallorossa incomincia lo scorso 26 maggio, data dello storico schiaffo laziale nella finale tutta romana di Coppa Italia.

Allora la Roma, messa al tappeto sul campo da una carambola di Lulic e irrisa fuori dai cortei dei cugini che ne celebravano il funerale, aveva tutte le carte in regola per essere data per moribonda: scansata come una malattia dalle prime scelte per la panchina (leggasi Allegri e Mazzarri), sconquassata dalla crisi di rigetto di un progetto mai nato tra Luis Enrique, Zeman e il pontiere Andreazzoli, mollata per il Tottenham dal suo ideologo (e direttore generale) Franco Baldini e messa alla berlina da una piazza inferocita da due anni di bocconi amarissimi.

Peggio di così, insomma, non poteva andare. Ma a Trigoria, nonostante l’ordine piombato dagli Usa di chiudere il mercato della terza rifondazione in tre anni con un cospicuo attivo, qualcuno ha saputo imparare dai propri errori. «La sconfitta nel derby – ha ammesso candidamente il ds Walter Sabatini, l’architetto della ricostruzione romanista – ci ha imposto di cambiare qualcosa. La finale persa ha smascherato la nostra inadeguatezza e ci ha fatto capire che avevamo bisogno di giocatori con maggiore esperienza. Se avessimo battuto la Lazio non avrei preso uno come Maicon, ma un giovanotto alla Wallace». Fine della «romantica utopia» di una Roma giovane, bella, pulita e leziosa, via libera a una squadra più immediata e concreta capace all’occorrenza di essere anche brutta, sporca e cattiva. Semaforo verde, quindi, per gente come De Sanctis, Benatia, Maicon, Strootman, Gervinho, Ljajic e un allenatore meno dirompente.

Dopo i suggestivi fallimenti dell’esperimento Luis Enrique e del ritorno di Zeman, la Roma, non poco seccata dai rocamboleschi rifiuti di Allegri e Mazzarri, aveva un disperato bisogno di un tecnico che riportasse al potere la normalità, il lavoro e il rispetto delle regole. Uno alla Rudi Garcia, già osservato attentamente due anni prima da Sabatini prima della decisiva infatuazione di Baldini per Luis Enrique. Un allenatore che in tre mesi è riuscito a non sbagliare una mossa: si è conquistato subito la fiducia del gruppo difendendolo dalle contestazioni estive dei tifosi, ha rigenerato un elemento chiave come De Rossi e ridato alla Roma, fuori e dentro dal campo, quell’equilibrio assente nel recente passato.

Anche quando si è imposto, tra mille diffidenze, per avere a tutti i costi Gervinho, suo vecchio pupillo al Lilla, e trattenere Pjanic, aprendo le porte alla cessione di Lamela («turbato» dalle ricche avances del Napoli e sgridato da Maicon in un’amichevole per la scarsa propensione al sacrificio). Il vero primato di Garcia, forse, risiede nell’aver instaurato una pax romanista in così poco tempo. Per mantenerla e difenderla, ascoltando la voce della squadra, si consulterà con uno speciale gruppo di sei saggi composto da Totti, De Rossi, De Sanctis, Maicon, Strootman e Bradley. Niente di rivoluzionario, solo una regola di convivenza adottata al Lilla che Garcia riciclerà anche nella Roma. Potenza della normalità.

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