GASPORT (A. PUGLIESE) – Da oggi a Trigoria si torna a lavorare a pieno regime. Mancheranno ancora un po’ di nazionali sparsi per il mondo (mercoledì torneranno a lavorare con il gruppo Florenzi e Stekelenburg, giovedì sarà invece il momento di Piris e Bradley, in campo dall’altra parte del globo con Paraguay e Usa), anche se la gran parte di quelli impegnati la scorsa settimana ha già fatto rientro alla base. Tra questi c’è anche Miralem Pjanic, che non ha giocato neanche un minuto in Bosnia-Grecia (per la gioia di Andreazzoli) e che potrà tornare a caricare sulla caviglia sinistra, quella infortunata contro il Genoa. Chi resterà ancora ai box, invece, è Marquinhos, alle prese con l’elongazione al bicipite femorale destro. Per il difensore brasiliano la trasferta di Palermo sembra quasi un’utopia, non fosse altro perché se potrà riaggregarsi al gruppo, sarà solo a fine settimana. In Sicilia, dovesse confermare la difesa a tre, Andreazzoli si affiderebbe a Burdisso al centro, con Castan e Piris al fianco. Se il paraguaiano arriverà stanco, allora toccherà a Romagnoli.
Ciclone Stekelenburg: “Sono io il migliore”
GASPORT (C. ZUCCHELLI) – Lui dice che «vorrebbe essere il miglior portiere del Mondiale», la Roma spera che, intanto, diventi una sicurezza nel campionato italiano con grandi parate che non rappresentino più l’eccezione ma la regola. Nel frattempo Maarten Stekelenburg, in attesa di tornare a Trigoria mercoledì e pensare al Palermo, cerca gloria (cioè una maglia da titolare) in Europa. Con l’Olanda, s’intende. Visto che la Roma in Europa non ci gioca ormai da un paio d’anni.
Balotelli abbraccia Totti: “Ben venga, è un fenomeno”
Il Messaggero – U.Trani – «Io dico sì a Totti». Mario Balotelli suggerisce e indirizza. In Aula Magna, a 22 anni, si esprime con il carisma del senatore. Non si spaventa davanti ai riflettori. Nell’Italia di oggi non ha bisogno di recitare da protagonista. Sa che ormai Prandelli e la gente puntano sul suo talento. E finalmente gli credono.
Perché vuole qui il capitano della Roma?
«È un fenomeno e mi piacerebbe giocare con lui. I campioni sono sempre ben accetti. Magari tornasse in Nazionale».
Totti è sempre lo stesso. Lei, invece, è davvero cambiato?
«Certo e da tanto tempo. Già in Inghilterra, solo che nessuno se ne accorgeva. Lì non giocavo».
Come si sente dopo il gol al Brasile?
«Non penso a quella rete, ma alla nazionale che ha giocato una bella partita. Io ho sbagliato alcune palle gol. Ma ci sta e non do peso agli errori. Guardo avanti. Mi piace fare il centravanti e anche mandare in porta gli altri».
Da casa che cosa le hanno detto?
«Papà che mi ero mangiato troppi gol, anche se quello fatto gli era piaciuto tanto, e mamma ha fatto i complimenti a me e alla squadra».
Che cosa ne pensa della sua consacrazione in questi giorni, visto che ora viene dietro solo a Messi e Ronaldo?
«Io sono io. Mai stato un montato. L’immagine è mediatica. Ho fatto un gol, conosco la mia forza e non ho bisogno di paragonarmi a certi giocatori. Lo fanno altri e io ringrazio. Non mi sento né tra i più forti né tra i più scarsi. Sto bene e lo so, ma non mi giudico. Devo migliorare in tutto e non so quanto potrò crescere».
Per il suo manager Raiola è Peter Pan: giusto?
«Mino ha il potere di dire quello che vuole. Ma io sono io. Un ragazzo che sta maturando. Ho quasi ventitrè anni, uno cresce grazie all’esperienze buone e cattive».
Bersagli eccellenti per le sue 6 reti azzurre: ha fatto centro contro Germania e Brasile. Sono le più importanti?
«Mi lego a ogni gol, ma quelli ai tedeschi li ho sentiti di più. Era la semifinale, non per l’avversaria»
Si accorge di essere l’azzurro più amato?
«Sto simpatico a qualcuno e non antipatico a tutti… Dopo l’Europeo la mia popolarità è aumentata, si vede in allenamento e anche per strada. Prima mi apprezzavano solo i miei tifosi, ora anche quelli avversari. E’ merito della nazionale alla quale bisogna dare tanto. Io gioco con il cuore anche nel club ma l’Italia è un’altra cosa. E sono felice che siamo un gruppo di giovani».
Quanto è forte il legame con El Shaarawy?
«Siamo amici. Sul lavoro non è mai facile trovare avere un rapporto come il nostro. Aiuterò sempre Stephan. E sono sicuro che lui farà lo stesso con me».
Prandelli dice che è maturato perché non reagisce più. Si era però preoccupato nella gara con il Brasile. Perché?
«Dopo un fallo di Hernanes, mi sono arrabbiato per il brutto calcio. Ma poi ci siamo dati subito la mano».
Quali errori, tra quelli commessi, non ripeterebbe?
«Non butterei la maglietta dell’Inter alla fine della gara con il Barça. Poi rifarei tutto. Anche fuori del campo. Ho avuto una vita normale come tanti giovani. E non è vero che corro in macchina. Prandelli conosce la mia famiglia e i miei amici. Sa che loro mi hanno sempre voluto bene».
Esagerata la pressione su Balotelli o ininfluente?
«L’ho sentita prima della finale con la Spagna. Niente di negativo, nessuna paura. Non ho dormito la notte prima. Non vedevo l’ora di giocare. Il risultato è stato pesante, ma poi ero contento: siamo vice campioni d’Europa. Nel derby solo emozione e non nervosismo»
Come si elimina il razzismo dagli stadi?
«Sto con Boateng: va combattuto tutti insieme. Mi fa rabbia e mi dà fastidio che purtroppo miglioriamo troppo poco».
Come si risolve la crisi politica nel nostro Paese?
«Io non la seguo, anche se so che c’è casino. Questo l’ho capito pure io. Mi piacerebbe aiutare l’Italia anche politicamente, ma non saprei proprio come e cosa fare».
Il prossimo obiettivo di Balotelli?
«Una grande partita a Malta. E dopo contro il Chievo».
Roma, c’è Destro per lo sprint finale
IL MESSAGGERO (M.Ferretti) – Il ginocchio ha smesso di fare i capricci. Qualche piccolo scricchiolio c’è ancora, ogni tanto accompagnato da una fitta più o meno acuta, ma dicono che è tutto normale. Il peggio è passato, tanto è vero che nella scorsa settimana Mattia Destro, operato di menisco esterno il 26 gennaio, è tornato ad allenarsi con il gruppo di Aurelio Andreazzoli. E, se tutto dovesse procedere secondo copione, sabato a Palermo o lunedì 8 aprile nel derby dovrebbe tornare tra i protagonisti, con l’obiettivo di dare una mano alla Roma lanciata alla rincorsa dell’Europa e della finale di Coppa Italia.
UNA STRANA STAGIONE
Destro, arrivando la scorsa estate a Roma, tutto si sarebbe immaginato tranne che andare incontro a così tanti problemi. Preso per fare il titolare, dopo averlo strappato a suon di milioni di euro alla concorrenza dei più grandi club italiani, Mattia si è ritrovato a giocare (poco…) fuori posizione, cioè attaccante di destra nel tridente di Zdenek Zeman. «Io mi trovo meglio da centravanti…», raccontava a voce bassa in quel periodo, con il boemo impassibile di fronte alle sue parole. «Lui e Osvaldo non possono giocare insieme», il parere di Zeman: Dani in campo e Mattia in panchina. Poi, quando la ruota ha cominciato a girare dalla sua parte, cioè dopo i gol realizzati in rapida successione in Coppa Italia a Fiorentina e Inter, la tegola dell’infortunio al ginocchio sinistro. Bilancio, pre sala-operatoria: 19 presenze collettive e 7 reti (4 in campionato e 3 in Coppa).
L’AZZURRO
E, giocando poco con la Roma, Mattia ha via via perso anche la maglia azzurra. Titolare due volte nelle prime tre partite della stagione dell’Italia, a Berna contro l’Inghilterra e a Modena contro Malta, ma presente anche a Sofia nel secondo impegno azzurro, Destro è sparito dal giro dopo l’impegno di Milano contro la Danimarca, 16 ottobre. Una stagione stregata, o no? C’è ancora tempo, però, per darle un senso. Confidando innanzi tutto in una mano benevola della dea bendata.
GLI OBIETTIVI
La Roma di Aurelio, che con 13 punti in 6 partite è tornata a vedere da vicino l’Europa, sta per lanciare lo sprint finale e il recupero di Destro potrebbe/dovrebbe darle una robusta mano. Indipendentemente dal rendimento di questo o quello, Osvaldo su tutti. Destro ha vissuto mesi e mesi in competizione con l’italo-argentino, recentemente finito fuori squadra: nell’attuale sistema di gioco della Roma, il 3-4-2-1, Mattia sembra avere tutti i requisiti giusti per poter fare la punta centrale. Più di Osvaldo? Di certo, non meno di Osvaldo.
IL RUOLO
Ad Andreazzoli il ragazzo di Ascoli piace, e pure parecchio, ma oggi il centravanti della Roma si chiama Francesco Totti e mettere in un cantuccio il capitano non è facile. Per Destro, però, sarà importante tornare ad essere (in fretta) un giocatore a tutti gli effetti, anche per cominciare già da oggi la stagione di domani. Possibilmente nel ruolo che più si adatta alle sue caratteristiche, ma questo lui non lo dice. Non lo dice più.
Conti: Montella mi ha sorpreso, Stramaccioni è un predestinato
CORSPORT (A. GHIACCI) – La storia di Andreazzoli primo allenatore della Roma nasce probabilmente un paio di anni fa, quando sulla panchina della Roma c’era Vincenzo Montella, che era stato promosso dai Giovanissimi alla prima squadra per sostituire Ranieri. La nuova proprietà al termine della stagione 2010-2011 era già al lavoro sulla squadra del futuro (quella di oggi) e la politica che segnò più o meno tutte le decisioni fu animata dalla voglia di discontinuità, di rompere con gli schemi del passato, di cambiare registro a Trigoria. Montella fu salutato prima di essere contattato nuovamente all’inizio di questo campionato. (…)
Marquinhos vuole il Palermo. Domani la ripresa, torna Pjanic
LA REPUBBLICA (F. FERRAZZA) – Vorrebbe farcela, bruciare i tempi per non abbandonare i compagni in questo momento fondamentale della stagione romanista. Marquinhos sta svolgendo intense sedute di fisioterapia per tornare a disposizione già in occasione della trasferta pre-pasquale di Palermo, sabato prossimo. Per i siciliani è forse l’ultima possibilità di restare aggrappati alla speranza salvezza, mentre i giallorossi cercano il treno per l’Europa League o magari la Champions.
Il difensore brasiliano, che ieri ha pranzato con la famiglia in un ristorante di Ostia (con tanto di foto pubblicata su Twitter), si è rifatto male durante la gara con il Parma, per la precisione riportando una elongazione del bicipite femorale sinistro. Una decina i giorni di stop previsti, che cadrebbero precisi per la gara in Sicilia. Si capirà meglio nelle prossime ore quante possibilità il ragazzo abbia per recuperare, a cominciare da domani pomeriggio, quando la squadra si ripresenterà a Trigoria, dopo due giorni di riposo, ancora priva dei vari nazionali. A eccezione di De Rossi e Osvaldo, squalificati per la seconda gara dell’Italia contro Malta, e di Pjanic.
Il bosniaco ha tenuto con il fiato sospeso i dirigenti giallorossi sedendosi in panchina contro la Grecia e restandoci per tutta la partita. «È stato molto difficile guardare la sfida da fuori» il rammarico del centrocampista, il cui eccessivo entusiasmo, visto il brutto trauma alla caviglia, è stato frenato con decisione dal club di Trigoria, e domani tornerà a lavorare nella capitale. Promozione invece per Florenzi, che Prandelli ha richiamato in nazionale maggiore, dall’Under21.
Il futuro corre sulla via Aurelio
IL ROMANISTA (D. GIANNINI) – Due giorni di riposo, quelli concessi alla squadra approfittando della sosta per le nazionali. Gli ultimi prima di un lungo sprint che deciderà il destino della stagione della Roma e il suo come tecnico. Andreazzoli li ha passati in famiglia, in serenità, quella che lo ha sempre accompagnato da quando si è seduto sulla panchina giallorossa. La stessa serenità che ha trasmesso ai giocatori contribuendo a raddrizzare un campionato che sembrava da buttare e che adesso ha aperto prospettive tutte nuove. Finora Andreazzoli la sua grande occasione se l’è giocata al meglio, con tredici punti in sei partite, compreso il ko immeritato all’esordio a Genova. Adesso davanti a sé ha dieci match da giocare in 51 giorni, oppure undici in 58. Che fa una bella differenza, perché vorrebbe dire aver centrato un altro obiettivo, forse quello a questo punto più importante: la finale di Coppa Italia (in programma il 26 maggio, mentre la semifinale di ritorno è fissata per il 17 aprile).
Cinquantotto giorni per cambiare la storia e decidere il proprio futuro. Perché se Andreazzoli finora è stato bravo, ora dovrà essere bravissimo e anche un po’ fortunato. La buona sorte che sarà necessaria per prendersi l’Europa e portarsi a casa Coppa e stella d’argento in un possibile derby che potrebbe essere per lui un vero spartiacque per riuscire a rimanere saldo sulla panchina della Roma anche il prossimo anno. Quella per la quale è pienamente in corsa grazie a quanto fatto dal 4 febbraio (o forse dal 2005). Ha rivitalizzato alcuni giocatori senza per questo perderne per strada qualcun altro. Ha conquistato la fiducia di tutto il gruppo e ricevuto anche l’investitura di Totti, che dopo la partita col Parma, pur ricordando i meriti di Zeman per la sua straordinaria condizione attuale, ha speso belle parole per lui («Se rimanesse saremmo felici»).
E adesso viene il bello, ma anche il difficile. Con la classifica attuale, possibilità di errore non ce ne sono. Bisognerà vincere sempre o quasi. Bisognerà vincere soprattutto le partite chiave. Il derby, tanto per essere chiari. O meglio, “i” derby. Al plurale. Fare risultato nella semifinale di ritorno di Coppa Italia, prendersi l’Europa, magari quella più ricca della Champions League che è distante parecchio ma forse non troppo. Anche se Andreazzoli nella conferenza post Parma a chi gli parlava di terzo posto rispondeva: «E’ fantacalcio. In Champions ci si va per la classifica, non per la qualità del gioco, siamo realisti. Lo dicevo ieri. Tra 15 giorni abbiamo il Palermo, poi la Lazio, e così via». Fin qui è stato il suo segreto: non guardare troppo lontano per arrivare lontano. Forse fino al prossimo anno. E guardare vicino oggi significa puntare il Palermo, il primo dei 10 (o 11) ostacoli prima del traguardo. Che non è roba da trascurare nonostante l’ultimo posto in classifica. Anzi, proprio la disperazione, la partita da ultima spiaggia, potrebbe essere un fattore determinante.
Alla partita della vita per il Palermo, Andreazzoli si dovrà approcciare con non pochi dubbi di formazione. Soprattutto dietro. Dove Marquinhos è infortunato, potrebbe recuperare, ma c’è da tenere presente il derby del lunedì successivo. Dove Romagnoli è anche lui ko. Dove Piris tornerà solo giovedì mattina dal Sudamerica con due partite e tanto fuso orario nelle gambe. Stesso discorso per Bradley in un centrocampo nel quale anche Pjanic potrebbe esserci oppure no per colpa di una caviglia ancora in disordine. Problemi quotidiani, risolti fin qui da Andreazzoli con scelte azzeccate che hanno legittimato le parole di Franco Baldini che, nell’annunciarlo come nuovo allenatore, aveva detto: «Ha la nostra fiducia. Conosce i giocatori e questa è la decisione migliore da prendere in questo momento». I risultati sono lì a dimostrarlo: la decisione è stata giusta e la fiducia ben riposta. Una fiducia che a Trigoria è ulteriormente cresciuta, come quella dei giocatori e dei tifosi. E adesso via. Si parte per un minicampionato di 10 partite che se sono 11 è un’altra cosa. Un lungo rettilineo da percorrere a tutta, senza respirare, senza voltarsi indietro fino al fotofinish. Per poi magari scoprire che, con un po’ di fortuna, quel “finish” per Andreazzoli non sarà affatto la fine ma solo l’inizio…
Pjanic non gioca, Andreazzoli esulta. Stek triste
IL TEMPO (E. MENGHI) – Due vincitori e nessun ferito. La Roma ha convinto Pjanic a non giocare e la Bosnia ha sconfitto la Grecia anche senza di lui. La disputa a distanza ha avuto il lieto fine che tutti speravano, Torosidis e Tachtsidis a parte. Il più scontento è il terzino giallorosso, che ha giocato l’intera partita, rendendosi complice nel gol segnato da Ibisevic dopo l’errore di Misimovic dal dischetto: «Non riesco a credere che abbiamo subìto tre reti». È tornato negli spogliatori con la rabbia in corpo, perché i tre punti in palio erano di quelli pesanti e la Grecia era una delle difese meno battute, perciò non riusciva proprio a capacitarsi di una sconfitta di tali dimensioni.
Pjanic era sì felice della vittoria, ma allo stesso tempo rammaricato dal non aver potuto dare il suo contributo: «È stato molto difficile guardare la sfida dalla panchina, ma i miei compagni hanno fatto una grande partita. I ragazzi l’hanno giocata in maniera incredibile e sono soddisfatto, così come il nostro popolo». Andreazzoli ringrazia: tornerà dalla Bosnia sano e con due allenamenti in più sulle gambe. Già domani la metà dei nazionali sarà a Trigoria per preparare la sfida con il Palermo: mercoledì si rivedranno anche Florenzi e Stekelenburg, mentre Bradley e Piris saranno gli ultimi a fare rientro nella capitale.
L’olandese è tornato ad Amsterdam dopo 5 mesi, ma è rimasto in panchina contro l’Estonia, perché Van Gaal gli ha preferito Vermeer, mentre l’americano e il paraguayano hanno giocato da protagonisti tutti i 90 minuti con le rispettive nazionali. Il terzino dovrà affrontare due lunghi viaggi: dopo la partita disputata a Montevideo contro l’Uruguay, giocherà a Quito contro l’Ecuador, poi volerà verso Roma. Bradley, invece, ha giocato a Denver contro il Costarica e martedì sarà a Città del Messico. Entrambi sbarcheranno nella capitale solo giovedì mattina (arriveranno con due aerei diversi) e avranno un jet lag da smaltire in pochissime ore. Sabato poi dovranno volare ancora, verso la più vicina Sicilia, ma Andreazzoli potrebbe tenerli prudentemente a riposo.
Pjanic: “Dura in panca”. Ora Palermo e derby. Piris non fa segnare Cavani
IL ROMANISTA (D. GIANNINI) – Le possibilità che giocasse erano prossime allo zero, e infatti non ha giocato. L’allarme (qualora ci fosse mai stato) è rientrato, Miralem Pjanic torna a Roma senza fatica nelle gambe, senza carichi inopportuni sulla caviglia infortunata e, anzi, con qualche blando allenamento nelle gambe dopo i 16 giorni di cure e fisioterapia a Trigoria. Tutto per il meglio dunque. Anche per lui, per Miralem, che ha potuto stare vicino alla sua nazionale, alla quale tiene moltissimo, ha fatto il tifo per i compagni, li ha visti battere la Grecia per 3-1 (con Torosidis in campo per 90’). Un successo che permette alla Bosnia di andare da sola al comando del girone G di qualificazione a Brasile 2014 con 13 punti dopo 5 partite. Insomma, il sogno mondiale di Miralem è più che mai vivo, anche perché il raggruppamento non è proibitivo e le due sfide con l’avversaria più accreditata, la Grecia, sono già alle spalle. «E’ stato molto difficile guardare la sfida dalla panchina – ha detto il centrocampista giallorosso al portale sportsport.ba a fine match -. Una grande partita, i ragazzi l’hanno giocata in maniera incredibile e sono molto soddisfatto, così come il nostro popolo».
E il bello per Miralem deve ancora arrivare, in nazionale così come nella Roma. Dove da programma tornerà nel weekend per essere pronto domani alla ripresa per cominciare il conto alla rovescia per il rientro. Che in teoria potrebbe arrivare già contro il Palermo, ma non è detto che non si aspetti qualche giorno in più per riaverlo tirato a lucido per il derby. Insomma, una situazione completamente capovolta rispetto ad un anno fa. Quando Miralem torno dall’amichevole con il Brasile in condizioni precarie. Era già partito non al meglio, poi un po’ per generosità un po’ per volontà del ct giocò più del dovuto e nel derby successivo fu costretto ad alzare bandiera bianca dopo 56 minuti, quando il punteggio era ancora in parità. Un infortunio pesante, che nelle successive 5 partite di campionato gli permise di giocare appena 33 minuti complessivi, quelli nel finale della sfida di San Siro col Milan finita con un altro 2-1. Stavolta sembra essere tutta un’altra storia, Miralem era partito da Trigoria portando con sé una relazione da consegnare allo staff medico bosniaco con la descrizione minuziosa dell’infortunio e di tutte le tappe per il recupero. La Roma al momento di lasciarlo andare e fino alla vigilia della partita era convinta che alla fine avrebbe prevalso il buon senso e che non sarebbe stato forzato l’utilizzo di Pjanic. Anche perché, nelle sue condizioni, difficilmente avrebbe potuto essere utile alla causa. «Per come stanno le cose ora ci sono poche possibilità di vedermi in campo. Forse potrò giocare per venti minuti» aveva detto lui a due giorni dalla partita, di fatto avvisando i propri tifosi.
Vittoria dalla panchina per Pjanic, esattamente come per Stekelenburg che ha ritrovato l’Olanda ma che ha potuto solo guardare la vittoria per 3-0 dei suoi compagni contro l’Estonia. Pareggio per 1-1 invece per Ivan Piris che con il suo Paraguay ha frenato l’Uruguay di Suarez e Cavani nel rovente stadio del Centenario di Montevideo.
Piris e Goicoechea, tutto in due mesi
CORSPORT (A. GHIACCI) – Due mesi per convincere la Roma. Perché il prestito è stato solo il primo passaggio del loro arrivo a Trigoria, ma ora si fa sul serio ed entro il termine della stagione bisognerà prendere una decisione. Con la formula del prestito e diritto di riscatto, sono arrivati alla Roma due sudamericani: l’estate scorsa, infatti, sono stati ingaggiati così sia il terzino destro paraguaiano Ivan Piris sia il portiere uruguaiano Goicoechea. La Roma li ha presi nell’opera di rifondazione del gruppo e per loro ha investito finora oltre un milione di euro: il prestito di Piris è costato 1 milione, quello di Goicoechea 100.000 euro. (…) Il club giallorosso non appare intenzionato a sborsare poco meno di 5 milioni di euro (4 per Piris e 700.000 euro per Goicoechea) per confermare due giocatori che non sono apparsi in grado di poter fare la differenza.
Ora Lazio-Roma è il derby salvatutto
GASPORT (B. TUCCI) – Da questo momento in poi della stagione Lazio e Roma parteciperanno ad un campionato nel campionato. Che vuol dire? Semplice: visto che in entrambe i casi i risultati non sono stati quelli sperati, a Trigoria e Formello si cimenteranno per conquistare più punti in classifica ed ottenere il primato cittadino. Misera soddisfazione? Può darsi, ma questo è quel che passa il convento in questo momento. (…)
Ora Roma e Lazio sono appaiate: comincia appunto il loro campionato per vedere chi la spunterà. Si gioca il sabato di Pasqua e subito dopo (ahimè, di lunedì sera) ecco il derby. Perdere vorrebbe dire (per l’una e per l’altra) entrare in un tunnel di delusione da cui sarebbe difficile uscire. Qualcuno ricorda: potrebbe anche essercene un altro di derby, ancora più importante: la finale di Coppa Italia, traguardo che la Lazio ha già raggiunto, ma che la Roma deve ancora acciuffare. C’è una partita di ritorno con l’Inter da disputare a Milano, compito non facile, anche se all’andata i giallorossi hanno vinto allo stadio Olimpico per 2-1. Insomma, le ultime speranze per evitare l’ennesimo fallimento cominciano la prossima settimana subito dopo la pausa internazionale. Chi si sentirà meno deluso tra Roma e Lazio?
Tor di Valle come San Siro: nuovo stadio e ippodromo
CORRIERE DELLA SERA – Tor di Valle come San Siro. Trotto e calcio fianco a fianco, nella consapevolezza che il nuovo stadio della Roma e l’ippodromo possono convivere. E un affascinante progetto quello su cui stanno lavorando Gaetano Papalia, il proprietario dell’ippodromo di Tor di Valle, e il gruppo che fa capo a Luca Parnasi (Parsitalia) che realizzerà nei prossimi anni l’impianto giallorosso.
La soluzione del doppio impianto sportivo, ipotizzata dal sindaco Gianni Alemanno, è stata confermata ieri mattina nel corso di un incontro proprio a Tor di Valle tra il delegato comunale allo Sport, Alessandro Cochi, e i lavoratori dell’ippodromo. A cui è seguito anche un incontro riservato tra lo stesso Cochi e Papalia. La carta del trasferimento del trotto a Capannelle è ancora sul tavolo, ma ci sono diversi punti di forza a favore dell’ipotesi del mantenimento a Tor di Valle del trotto, pur in presenza dello stadio della Roma. Innanzitutto l’impossibilità di schivare una variante urbanistica.
E a questo punto, è stato il ragionamento, se una variante serve si può pensare anche di realizzare lo stadio di Dan Meis fuori dal perimetro della pista dei cavalli. Un altro elemento, per l’appunto, è l’acquisizione da parte del gruppo Parnasi anche dell’area attorno all’ippodromo. Quindi la difficile e storica convivenza tra operatori del trotto e operatori del galoppo, «perché – ha detto Cochi – la promiscuità non è mai gradita».
Infine la possibilità, per ora solo teorica, di fare assorbire parte dei lavoratori in eccesso di Tor di Valle proprio dal nuovo e limitrofo stadio, sgravando Papalia di una parte di quel costo del lavoro che oggi è insopportabile. L’intenzione, dunque, è quella di tenere il trotto a Tor di Valle e fare ripartire le gare dal primo aprile.
La Roma accelera con Andreazzoli. Champions, si può
GAZZETTA DELLO SPORT (A. Pugliese) – La Roma crede ancora nella Champions, anche se Andreazzoli aveva detto di non volersi illudere. “Di certo, per raggiungerla dovrebbe succedere qualcosa di straordinario“, ha detto invece Totti pochi giorni fa. Come riporta la Gazzetta dello Sport, la Roma ha conquistato 13 punti in sei partite, quelle da quando Andreazzoli è alla guida. Con lui la Roma è risalita al quinto posto e a – 7 punti dalla zona Champions. Se la Roma continuasse a viaggiare sui ritmi tenuti finora da Andreazzoli (2,16 punti per nove partite, per un totale di 19,44) chiuderebbe la stagione a 66/67 punti, due o tre punti in più di quanti ne servirono lo scorso anno all’Udinese (che chiuse in classifica a quota 64) per aggiudicarsi il terzo posto e – di conseguenza – anche i preliminari di Champions.
Il problema è che adesso il Milan sembra inarrestabile e ha guadagnato 27 punti nelle ultime 11 gare, ma la Roma deve continuare a crederci. C’è ancora uno scontro diretto da giocare (alla penultima giornata, anche se a San Siro), in un eventuale arrivo a pari punti tra giallorossi e rossoneri (ed in caso di vittoria proprio a San Siro, o anche di pareggio o di sconfitta con il minimo scarto) la Roma passerebbe per gli scontri diretti e poi il calendario immediato del Milan, durissimo: dopo la sosta della Nazionale, infatti, i rossoneri dovranno affrontare una doppia trasferta (Chievo e Fiorentina), per poi ospitare il Napoli ed andare a far visita alla Juventus). Certo, anche quello della Roma non è semplice, a cominciare dalla trasferta di Palermo (disperato) e dal derby dell’8 aprile. Ma poi ci sono tre gare abbordabili, Torino, Pescara e Siena.
De Rossi e Osvaldo all´attacco: “Adesso basta con le offese”
LA REPUBBLICA (F. FERRAZZA) – Dopo Totti, anche De Rossi punta Piola. Se il capitano giallorosso insegue a meno quarantotto il primato nella classifica dei cannonieri di sempre in campionato, Daniele, in Nazionale, è a meno sedici proprio dal miglior marcatore della serie A. Con il gol realizzato giovedì, al Brasile, il centrocampista si porta a 14 realizzazioni con la maglia azzurra (la quarta stagionale), con ben 91 convocazioni in nazionale maggiore.
Ma non sono soltanto i numeri ad accendere i riflettori su De Rossi, né, tanto meno, il curioso inseguimento a Piola che lo accomuna a Totti. «Gioco solo in azzurro? Lo trovo offensivo che mi dicano questo. Io faccio del mio meglio anche nella Roma, mi faccio capire bene da entrambe le parti. Io amo le due squadre, quante volte devo ripeterlo». E non ci vuole molto, guardandolo, a capire quanto gli dia fastidio questo continuo vociare, questo denigrare la sua professionalità, quando basterebbe giudicarne, anche duramente, le prestazioni sul campo, lasciando in un angolo le cattiverie gratuite del fuoco amico.
Non è invece bastata la chiamata di Prandelli a Osvaldo per scrollarsi un po´ di dosso il difficile periodo vissuto in giallorosso. E con il recupero di Destro sempre più vicino, l´attaccante argentino rischia di ritrovarsi ulteriormente isolato. «Mi fa arrabbiare che mi si dica che sono un menefreghista e allo stesso tempo un tipo nervoso -lo sfogo del giocatore a Sportweek – certo, non è facile questo mio momento perché gli errori sono stati tanti, io vivo di gol, se mancano quelli sembra manchi tutto. Forse anch´io a volte ho tenuto un atteggiamento sbagliato, ma non si può dire che la mia annata non sia positiva e poi che ci sono squadre come Chelsea e Juve interessate a me. Qualcosa di buono allora l´avrò fatto?».
Osvaldo: il mio calcio è un rock (arrabbiato)
SPORTWEEK (G. FACCHETTI) – Abbiamo incontrato Pablo Daniel Osvaldo nel giorno in cui Roma era gremita di fedeli in attesa del nuovo Papa: caso vuole che sia stato eletto un argentino come lui. Anche i suoi tifosi, fedelissimi della Lupa, aspettano dall’attaccante di Buenos Aires la fumata giallorossa: un gol che metta fine a un digiuno che dura da 55 giorni (l’ulitmo è arrivato in Bologna-Roma 3-3 del 27 gennaio). Sapendo che nella capitale in questo momento sono tutti arrabbiati con lui, noi di Sportweek siamo andati a Trigoria per “confessarlo”.
Ma la sua partenza, come da ruolo, è all’attacco:
«Quello che mi fa arrabbiare è che si dica che io sia un menefreghista e allo stesso tempo un tipo nervoso. Ditemelo voi: mi sta a cuore o no quello che faccio? Io dico di si. Certo, non è facile questo mio momento perché gli errori sono stati tanti. Sono un attaccante e vivo di gol e se manca quello sembra manchi tutto. Ma – aggiunge Osvaldo – quando leggo sui giornali che la mia non sarebbe un’annata positiva e contemporaneamente sarebbero interessate a me squadre come Chelsea, Tottenham e Juventus, non mi tornano bene i conti. Se qualcuno pensa a me, immagino sia perché qualcosa di buono l’avrò pur fatto, no? Quando si parla del sottoscritto non è difficile ascoltare cose contraddittorie».
Quindi non ha niente da rimproverarsi?
«Forse in qualche occasione ho tenuto un atteggiamento sbagliato, che non mi ha aiutato. E a livello di numeri non nascondo che mi aspettavo di fare qualcosa di più, ma sono comunque contento di quel che ho combinato (in questa stagione ha segnato 11 gol, di cui due su calcio di rigore, ndr)».
Al secondo anno di permanenza nella Capitale, che idea si è fatto della città?
«Roma è una piazza molto calda e appassionata, bella per tanti aspetti, non facile per altri. Me ne sto accorgendo soprattutto in questo periodo».
Che cosa le dà più fastidio?
«La critica gratuita fatta con cattiveria e le bugie delle radio locali. Sono tantissime e poiché devono dire per forza qualcosa, piuttosto che tacere inventano. Si parla di tutto tranne che di calcio, ormai lo so, ma questo brusio fatico a digerirlo. Un giorno qualcuno ha scritto su un sito che era morta mia mamma. Mi svegliarono alle 7 di mattina per dirmelo, piangevo spaventato, chiamai subito casa e scoprii che non era vero. Non c’è molto da aggiungere. Anzi, si, sia chiaro che in tutte queste vicende non mi sto riferendo ai nostri tifosi».
Al di là del calcio, Roma come la vive?
«Sto quasi sempre a casa, mi piace molto la città, ma vorrei godermela di più».
Non si sente libero di girare per strada?
«Dovrebbe venire un giorno con me per capire…».
Bergamo, Lecce, Bologna, Firenze, Roma. Che cosa l’ha spinta a cambiare spesso maglia e città?
«E’ la mia indole, sono un po’ nomade. A volte ho cambiato per chiudere con una piazza con cui non c’era più feeling; altre volte mi sono guadagnato sul campo la possibilità di andare a stare meglio. La Roma è arrivata così, una grande opportunità conquistata a suon di gol».
E il salto dall’Argentina all’Italia come l’aveva vissuto?
«I primi mesi furono durissimi, piangevo spesso. Pochi giorni dopo il mio arrivo a Bergamo avrei compiuto vent’anni: quella sera ero solo in un albergo in mezzo alle fabbriche, il compleanno più brutto della mia vita, mi sarei fumato un pacchetto di sigarette per non impazzire».
Rimpiange qualcosa della sua giovinezza?
«Certe rinunce allora mi costavano parecchio però non ho rimpianti, ne è valsa la pena».
Che cosa le manca più del suo paese?
«La famiglia, gli amici e soprattutto il mio primo figlio, Gianluca, che ha 7 anni ed è ancora lì. Per fortuna ora vivo con la mia fidanzata Jimena, la sua presenza mi dà forza. Con lei vicino ho molta meno nostalgia di casa».
E’ innamorato?
«Moltissimo (mostra orgogliosamente l’anello di fidanzamento, ndr). Prima di incontrarla, avevo la tendenza a scappare dai problemi. Che ne so, d’istinto avrei potuto prendere un aereo».
Oltre a Gianluca ha due figlie, Victoria di 3 anni e Maria Helena di uno, avute da un’altra relazione e che vivono con la madre in Italia. Non sogna una famiglia tutta sua?
«Sarebbe bellissimo un giorno poter vivere con tutti i miei figli riuniti, spero un domani di farcela».
Lei che papà è?
«Molto innamorato dei miei bambini. Li ho visti nascere, la magia del momento del parto non la posso dimenticare. Pur non vedendoli spesso cerco di fare quello che posso. Con loro mi manca soprattutto la quotidianità, il tempo».
Ha radici italiane da parte di madre, il suo bisnonno era anconetano, di Filottrano: per questo ha scelto la maglia dell’Italia?
«E’ stata una scelta naturale, del resto avevo già esordito con l’Under 21. Il calcio italiano ha sempre avuto fiducia in me, ancora oggi Prandelli continua a seguirmi con attenzione. Se aggiungo che i miei figli sono tutti nati qui non posso che essere fiero di questa decisione».
Abbiamo visto che lei ha una bella chitarra. La sa suonare bene?
«Oltre a quella elettrica, ne ho una classica. Prendevo lezioni da un maestro, quando ho imparato i primi accordi e ho iniziato a strimpellare da solo ho smesso. Ho sbagliato, perché adesso mi sono incartato. Però la musica è una grande passione e ho un buon orecchio».
Porta al collo un ciondolo con la lingua dei Rolling Stones. E’ il suo gruppo preferito?
«Dopo i Pink Floyd! Per questo periodo un po’ così però la musica degli Stones è decisamente migliore».
Perché?
«La mia fidanzata mi prende in giro, dice che voglio farmi male e buttarmi ancora più giù ascoltando certi brani. In effetti i testi dei Pink Floyd sono un po’ tragici. Così, per tirarmi fuori dai miei pensieri, fa di tutto per indirizzarmi verso le canzoni dei Led Zeppelin o di Jimi Hendrix».
Lei pensa tanto?
«Si, troppo. Con me stesso sono molto critico».
Le piace leggere?
«In questo momento sto scoprendo 1984 di George Orwell. Interessante…».
Per vivere bene che cosa le occorre?
«La felicità è uno stato d’animo e talvolta non c’è. Ma io sono uno che non si accontenta mai. In questo periodo essere sereno, in pace, è quello che un po’ mi manca».
E il futuro come lo vede?
«Sto cercando di vivere il ‘qui e ora’ dimenticandomi di quello che sarà dopo; mi sto sforzando ma non è facile, la mente tante volte ti tradisce».
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